I racconti di Jo

Sono racconti brevi, a volte lampi della memoria. Per ora raccontati ad un’amica in un freddo pomeriggio d’inverno. Tanto freddo che la Jo sedeva sul calorifero e io, che raccontavo, me ne stavo rannicchiato sulla grande sedia davanti al camino. Giornata livida, ideale per raccontarsi cose di questo genere che spaziavano tra i cinque continenti, storie non fasulle, ma vissute per interno alle volte con un certo rischio, tanti anni fa. Ci sono le date e … tutto andava meglio. Certo, raggungere certi luoghi era complicato e spesso non esistevano piste adeguate anche per piccoli aerei. A volte erano solo lingue di spiaggia, altre uno spiazzo erboso. Era tutto un’avventura. Non c’erano controlli sulle attrezzature fotografiche e i vari ammenicoli che mi portavo dietro non destavano alcun sospetto. Si poteva entrare e uscire in ogni luogo avventurarsi ovunque. La curiosità era gradita., anzi il fatto che mi interessassi alla loro vita era per loro un vanto. Oggi non sarebbe più possibile far certe cose, sarei finito o in galera o in qualche altro luogo sconosciuto ai più. Allora tutto era più semplice: io mi fidavo, gli altri si fidavano di quello che dicevo.  C’era molto meno ipocrisia, non c’erano i maledetti cellulari (andrebbero banditi) non c’erano tante cose. Eppure il mondo andava avanti ugualmente. Così tra un viaggio e l’altro accadevano fatti talvolta curiosi, altri complicati, anche da raccontare.

Nuova Guinea: il giocatore di pallacanestro
Era mattina presto. Una mattina di sole e caldo del ’75.
Ero arrivato a notte inoltrata con un volo dall’Indonesia,precisamente da Giakarta. Andai in banca per cambiare dei travel cheque. Lungo una strada diritta a Port Moresby, la capitale della Nuova Guinea, intravidi un cartello minuscolo con la scritta inglese: bank, banca.
Moderna, porte in vetro, automatiche, mi misi in fila. Davanti mi stava un omaccione, scuro di pelle, dai modi nervosi, chissà perché mi chiesi. Aveva i capelli crespi, ricci, di taglio apparentemente moderno.
Era vestito in modo curioso.
Era nudo. Anzi, non proprio nudo.
Portava un giacchetta cortissima fatta di corteccia di albero e conchiglie. Non aveva brache, aveva una specie di cintura fatta di un sottile filo di rafia che reggeva qualcosa. Le gambe erano nude e pelose, riccioli scuri gli coprivano letteralmente gli arti.
I piedi calzati in  scarpe da tennis di forma antiquata, alte fino alla caviglia, da cui uscivano due calzettoni blu a righe tipo giocatore di pallacanestro, che raggiungevano il ginocchio. Il tipo continuava ad armeggiare in quelle specie di giubbino che non gli copriva granché del torace, mentre l’impiegato tranquillo, aspettava che il cliente deponesse tutte le sue monete.
Così pensavo vista la tranquillità dell’uno e il nervosismo dell’altro.
Allora per capire un po’ meglio mi spostai di lato anche per poter osservare chi mi stava davanti.
Tranquillo come un normale cliente, malgrado la sua nudità, continuava a deporre davanti all’impiegato, piccole cose che non erano monete o spiccioli. Erano conchiglie. Rimasi stupito, ma ancora di più quando lo osservai quasi di fronte. La cordella di fibra che portava in vita si rivelò essere una sorta di aggeggio per sorreggere un lungo cono di legno in cui aveva infilato il proprio pene.
Seppi solo più tardi che era un’usanza locale e il coso non era altro che un astuccio penico che si chiamava koteka. Ve n’era di forme diverse e di dimensioni varie, le vendevano al mercato, ma era essenzialmente diritti e di colore scuro.
La cosìdetta koteka altro non era che una zucchina, svuotata ed essiccata, che veniva adattata alla forma del pene del proprietario. Alcune erano sottili, altre ricurve, altre con motivi floreali o figure alla base, da cui partiva un sottile cordino che veniva legato alla cinta, oppure facendo il
giro, tornava la punto di partenza.
Di koteche ve n’erano di tutti i generi. Alcune erano talmente grandi che il portatore le teneva a due mani. Vietavano l’entrata di spiriti maligni, secondo la loro usanza.
Per quel che capivo servivano solo a evitare che l’arnese strisciasse per terra, sporcandosi. Con questa indosso andavano ovunque, in banca ad esempio, e a quanto pareva era a tutti gli effetti l’indumento  faceva parte del loro armadio.
Non ero certo di questa cosa, mi immaginai per un momento tutti in fila in banca, muniti di koteke multicolori, che facevano prelievi o depositavano le loro conchiglie. Che gran figata!
L’uomo con gesti esagerati, parlando da solo, estraeva da una minuscola scarsella le sue ultime conchiglie. L’impiegato le contò attentamente poi diede il corrispettivo in moneta legale. Per me era pochissimo. Per l’uomo della pallacanestro forse tantissimo, non lo so e non potevo chiederlo.
Cambiai alcuni travels e uscii. L’aria era diventata irrespirabile all’interno, l’uomo puzzava in modo tremendo. Non era possibile suddividere gli odori o i profumi di quel giocatore. Chissà da dove veniva, chissà dove andava. Quello che mi chiesi fu dove fosse riuscito a trovare quel tipo di scarpe e quei calzettoni colorati.
Riminiscenza di giocatori professionisti della lega americana.
Veniva dalla sua felice capanna, dove bambini, cani e suini, vivevano una vita spensierata e andava a bersi una birra al prossimo spaccio. Una volta fuori dalla banca con le kina (moneta locale) in tasca, me ne andai dalla parte opposta. Prima di uscire cercai di capire perché tirasse fuori con tanta cura
le piccole conchiglie e le posasse davanti all’impiegato. Mi spiegarono solo più tardi che le conchiglie moneta erano usate per ogni tipo di traffico e baratto, usate proprio come moneta corrente.
Avendo cambiato tipo di monetazione, il governo obbligava tutti a cambiarle, compreso quelli che abitavano nei villaggi più sperduti.
La quotazione della conchiglia moneta valeva molto meno rispetto al valore del denaro, ma per quelle persone era accettabile, perché in questo modo avevano in tasca denaro riconosciuto.

Cipree moneta appena raccolte

 

 

 

 

 

 

 

 

Aveva disposto le sue conchiglie sul marmo del banco proprio di fronte all’impiegato a gruppi. L’impiegato le contò e ebbe il corrispettivo in monetine di denaro legale. Le conchiglia monete se ne stanno sui fondali marini, non a grande profondità. Aggrappate alle gorgonie o ad altre piante simile, venivano raccolte a mano e poi usate appunto come moneta. Sono molto piccole, ricurve, lucidissime, con un animale all’interno, che se lasciato, dopo un po’ emanava un forte odore di carne in putrefazione.
Basta togliere il piccolo animale e sono pronte all’uso.
Era appena entrata in vigore la nuova monetazione che avrebbe preso tempo per arrivare nei villaggi più lontani e difficili da raggiungere.
La Papua Nuova Guinea è un’isola montagnosa con sentieri ardui da percorrere ma ero sicuro che grazie al passa parola la buona notizia sarebbe arrivata ovunque.
Anche loro nudi o vestiti di frasche si sarebbero adeguati alle nuove regole emanate da un governo centrale che aveva sostituito le conchiglie con carta moneta che avrebbe sotututio nell’agosto del 1975 il dollaro australiano. L’uomo aveva disposto le sue conchiglie sul marmo del banco proprio di fronte all’impiegato.
Nota- 100 cauri Ciprea moneta) valevano, all’inizio ‘900, secondo i luoghi, da cinque a 20 centesimi oro.

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Bahamas,
CLEO, la piccola cernia amica

E’  ancora così oggi, e lo era circa 50 anni fa. Lo so, l’ho visto di recente. La barriera corallina sta a  circa due chilometri dalla spiaggia. Si vedevano i frangenti. Non era proprio una barriera irta di madrepore e coralli. Era piuttosto il limite più elevato di un fondale che risale rapidamente da una cinquantina di metri. In ogni caso era visibile specie quando il mare era mosso. Si potevano osservare le onde che l’una dietro  l’altra si accavallavano, bianche di spuma, per poi scemare lentamente dentro la laguna. Era quello il nostro parco giochi, quando il mare assumeva l’aspetto arrabbiato. Era un libro aperto, ricchissimo di forme e animali, tanto da passare ore sott’acqua senza sentire la voglia di uscire. Finché c’era aria si rimaneva. In questo basso fondale sabbioso ricco di alghe filiformi, vivevano le grosse conchiglie dei Caraibi. Si chiamavano o meglio le chiamano Conchiglie rosa, tipiche  di questo mare. Hanno all’interno un carnoso invertebrato fonte di cibo per tartarughe e squali nutrice. Entrambe costoro hanno palati duri e sono in grado di spaccare la protezione delle conchiglie di colore rosa. Che oltre tutto vien anche usata dagli abitanti come cibo, bollita o lessa, mischiata con verdure. La carne è quindi una prelibatezza per i pesci che non riescono mai a frantumarne una. Così in certe immersioni, in precedenza, mi fermavo a raccoglierne un paio, poi usando il tipico modo di estrazione degli isolani cavavo l’animale dall’interno e preparavo il suo pranzo.

Era una piccola cernia di Nassau, dal color bruno striato su tutto il corpo, che aspettava ad una profondità mai superiore ai 15 metri.
Sapevo dove si trovava e calavo l’ancora sempre nel medesimo posto. In barca preparavo il gasteropode nel retino e scendevo. Attirata dall’odore della carne la vedevo arrivare scodinzolando, come un cagnolino; poi mi si metteva al mio  fianco e aspettava quasi dovessi imboccarla.
La sua grande bocca, si apriva una, due, tre volte per prendere il cibo, che come ogni animale mandava nello stomaco senza sentirne il gusto.
Più gliene davo, più ne ingurgitava. Cambiava colore, diventando scura, quasi nero, specie se avvertiva che vi fosse un pericolo. Allorai rifugiava sotto un corallo fin che tutto tornava normale. Anche dopo furiose mareggiate che sconvolgono i fondali più bassi, Cleo era sempre nei paraggi. Chissà dove si rifugiava in quei frangenti. Mi immaginavo fughe da predatori grandi e grossi, prepotenti, affamati, che avrebbero potuto inghiottirla con una sola boccata. C’era bestie in quei paraggi abbastanza grosse come le cernie di Nassau, dal dorso scurissimo e una bocca che poteva contenere un bambino. Non sono aggressive verso l’uomo, ma con i più piccoli della propria specie come si comportano? Non le ho mai viste in azione, so solo che sono grosse quanto una botte e se ne fregano se sei nei paraggi. Cleo comunque era piccola e poteva sfuggire, nascondendosi nei mille anfratti di quella barriera, una ottima protezione naturale. Segnalava il pericolo, diventando scura, poi si rifugiava sotto un corallo finchè tutto non era passato. Alle volte erano baby squali, altre volte erano suoi simili, ma molto più grandi. Forse la mia presenza era in grado di tenerli lontano.
Non tutte le uscite a mare prevedevano questo rituale, ma si decideva prima di staccarsi dal molo. Così piano piano la piccola bestiola prendeva confidenza, forse capiva che non ero un aggressore ma un amico. Dubito che avesse una simile capacità di giudizio era pur sempre un animale abbastanza primitivo. Ad ogni caso ogni volta riuscivo ad avvicinarmi sempre di più e ci fu una volta che con l’aiuto di Vincenzo riuscì ad avvicinarla quel tanto che bastava per essere a pochi centimetri dal suo muso.
Cleo mi permise di entrare nel mondo della fotografia subacquea di alto livello, proprio grazie a quell’attimo in cui si lasciò fare un ritratto. A sua insaputa. Purtroppo la fine di quel pesciolino non fu delle più felici. Non sopravvisse ad una fiocina che un altro, che diceva di essere mio amico, la infilzò. Non potevo se non che incavolarmi con costui che bandii dalla mia cerchia. Rimase la foto che fece il giro del mondo ed ovunque fosse presente ricevette un premio.

Come feci a fare la foto.
Molto lentamente con una mano sotto la pancia la sollevai fino all’altezza del mio compagno d’immersione e poi sempre molto lentamente gliela appoggiai sulla sua di mano. Riuscii a fare anche una foto che per me era un ricordo, tra il curioso e l’inconsueto. Che l’animale fosse vivo, si capiva. Non era morta perché mai sarebbe stata in quella posizione. Rimase sulla mano di Vincenzo a guardare il suo ghiotto boccone fin tanto che non riuscii a scattare tre, quattro foto che allora erano in bianco e nero. Valeva il soggetto, non tanto se avessero colore.
La chiamai, perché un nome ci voleva: la chiamai Cleo e tale rimase per tutti noi che regolarmente uscivamo a mare. L’immagine di Cleo, o meglio la sua fotografia, vinse i concorsi fotografici più importanti al mondo, da Londra a Roma, e così cominciò il grande gioco.

Le croci spagnole di Tulum
Messico, Yucatan, mar dei Caraibi.

Di tutto mi sarei atteso ma non di trovare sotto le mie pinne in pocomeno di un metro d’acqua, un  bottino di epoca spagnola. Probabilmente un naufragio. Allora, secoli fa tutto colò a picco, carico compreso, destinato, si pensa, alle popolazioni locali.  Gli spagnoli imbarcavano mercanzia di poco valore, croci, medaglioni, perline da infilare, specchietti e roba simile. Le usavano per scambi commerciali con le popolazioni che trovavano lungo la costa, per farsele amiche. Era un modo per approcciare gente sconosciuta molto spesso bellicosa. Ad ogni modo la nave, oggi avanzo di un relitto, era troppo vicino alla costa rocciosa.

Chissà forse cedette l’ancora o si ruppe il cavo a cui era trattenuta. In ogni caso finì a riva e la parte più pesante del suo carico rotolò nel fondali corallini proprio davanti a quello che attorno agli anni  ‘70 era il miglior resort della costa. In effetti era davvero magnifico, immerso in un tratto di
foresta tropicale, ricchissimo di animali e piante.

Forse oggi non c’è più, travolto dalla modernità.
L’oceano era calmo quella mattina, sciabordava lungo la bassa scogliera, riminiscenza di una antica barriera corallina, lambendo la scogliera con il suo moto alternato. Non potevo resistere a tanta beltà.
Mi infilai in acqua, così com’ero, con indosso il mio costume.
Nuotai tutt’attorno, rimossi alcune pietre, qualche antico pezzo di corallo, oramai annerito e rosicchiato dal tempo. Poi mi fermai ad osservare un cumulo di materiale di colore scurissimo.
Tolsi un frammento. Produsse una piccola nuvola scura dove si infilarono ben felici piccoli pesci colorati. Troppo morbida, pensai.
Ne ruppi una altro pezzo, si ripetè la scena di prima.
Quel materiale era troppo morbido. Forse era legno o forse qualcosa d’altro.
Tutto si fece interessante, ed iniziai a frugare in quel mucchio di roba scura. Con una mano perché l’altra era occupata a tenere l’immancabile fotocamera. Tirai fuori un paio di croci, uno spillo piegato, piccolisime pietre trasparenti e altro. Ma dove metterle? Le infilai nel costume e le persi subito. Le raccolsi nuovamente e tornai ovviament e a riva. Oggi sono in due piccolo quadri incorniciati che raccontano una storia.
fine testo

Micronesia
Due ragazze e la loro nave


Robusti e giovani discutevano tra loro. Erano l’equipaggio di una chiatta che doveva aprire un via navigabile tra un’isola e l’oceano per permettere agli isolani di andare a pesca. Il capo di questa masnada, biondo e alto, aveva sulla spalla il classico pappagallo.
Ci sedemmo e ordinammo.
Le due figure femminili lasciarono la loro postazione nel corridoio e si avvicinarono al nostro tavolo. Prima accettarono una birra, poi qualcosa da mangiare. Da come ingollavano il cibo si capiva che erano affamate. Primi e anche i secondi ordinati sparirono in battibaleno. Chiedemmo da dove venissero, visto che il volo odierno non era previsto. Dalla nave in porto, risposero. Di nave in porto una sola. Grigia con le insegne militari rosse, tipicamente americana, forse residuato bellico, tipo una corvetta di più piccole dimensioni. Era appoggiata alla banchina, ma a bordo sembrava non vi fosse nessuno. Era vietato alle navi militare entrare in quel porto, non so perché, ma questo era il regolamento in vigore. Nessuno attorno, nessuno a vigilare a bordo. Sembrava la nave fantasma. La voce si era sparsa per l’isola, non erano contrabbandieri, né venditori ambulanti, né prostitute. C’era qualcosa sotto. Le due non parlavano molto, mangiavano a quattro palmenti. Erano probabilmente in arretrato e a differenza degli altri compagni di viaggio riuscivano a mettere in pancia qualcosa. Al porto sulla banchina nessuno. Le due erano le sole scese da sole da quell’imbarcazione simil-militare. Finimmo la cena, le due avevano parlato ben poco e chiarito per nulla perché fossero scese da un’imbarcazione dove l’equipaggio era pressoché inesistente. Passammo parte della serata seduti da soli nei dintorni mentre le due salivano a bordo. Aprirono la porta che dava all’interno e si accese una luce lungo il camminamento. Poi tornò il silenzio.
Eravamo più che mai decisi a capire cosa stesse accadendo là dentro. Spuntò dopo un po’ dopo un’altra biondina: apri la porta e la richiuse subito. Tre donne su una nave da uomini? Un vero mistero.
La mattina dopo, all’imbarcadero, trovammo le due, molto pimpanti. Parlavano, ridevano e salirono a bordo come se fossero parte del nostro gruppo. Noi riuscimmo fare il nostro lavoro, e ritornammo alla base.
Solito ristorante, solita gente. Loro erano appresso a noi due. Ci sedemmo e si sedettero. Una birra ciascuno ma questa volta eravamo decisi a farle parlare quel tanto che bastava per sapere la loro storia. E quella della nave. Di parola in parola riuscimmo a capire qualcosa. In primis erano fuggite da bordo, se le avessero prese sarebbero stati in guai seri; non vedevano terra da che avevano lasciato il sud est asiatico: i rifornimenti a bordo erano oramai finiti; le altre rimanevano sotto coperta come in castigo, non potevano scendere. Come prigioniere di due omaccioni grandi e grossi che guidavano la nave e l’interno gruppo. Denaro poco. Prossima tappa al largo delle coste canadesi dove avrebbero lasciato il carico appeso ai galleggianti. Ci guardammo negli occhi io e il mio amico: hai capito cosa fanno le due. Se le beccavano avrebbero fatto la galera per un lungo periodo e per noi diventava pericoloso averle vicino. Però c’era qualcosa di misterioso che le attraeva. Così decidemmo una sortita. Avremmo fatto finta da andare nelle nostre camere e più tardi con il buio saremmo andati a far visita a quelle nave misteriosa. Così fu. Arrivammo sulla banchina, illuminata solo da quella lampadina bordo del vascello. Ci guardammo attorno. Nessuno. Salimmo a bordo e aprimmo quella porta. Un vocio ci investì. Erano tutte donne. Scoprimmo solo dopo che erano più di venti con due uomini al comando, quelli che avevamo visto anche al ristorante. Non scendevano a terra per non compromettere l’operazione. In pratica erano senza carburante e speravamo di poterne acquistare per quel che serviva. Ma su quest’isola non vi era alcun tipo di rifornimento e siccome andavano per mare come se avessero una barchetta erano incappati in questo contratempo.
Lo scoprirono da sole, noi non sapevamo nulla, accertammo solo che la mattina dopo scesero tutte assieme, coloratissime nei loro vestitini colorati come una scolaresca in gita. Ecco perché ne abbiamo avuto la conferma. Venimmo anche a conoscenza dalla due che la nave aveva avuto danni e che procedeva con una velocità troppo bassa. Dalle parti delle Filippine, chissà forse per sfuggire a qualche controllo.
Le due non si videro più.
Relegate a bordo, prigioniere per aver messo in discussione gli ordini.
La nave era piena di “erba”, o peggio, se così si poteva
chiamare.
L’operazione si sarebbe conclusa fuori le acque territoriali canadesi dove la “roba” sarebbe stata appesa a galleggianti in modo che altri potessero recuperarla facilmente. Insomma una cosa che allora si poteva fare, oggi impossibile. Riuscimmo a sapere tutto questo sia da loro sia con le nostre incursioni. Non parlammo con nessuno, dimenticandoci dell’intera faccenda. Una mattina la nave grigia con le insegne americane non c’era più. Per noi l’incubo era finito. Belle ragazze, ma pericolose.
fine testo

MIcronesia
Errore di navigazione

Si chiamavano LCVP: Landing Craft Vehicle Personel.
Hanno sponde laterali basse e di metallo, sono state costruite per
raggiungere le spiagge, far scendere gli uomini  per lo sbarco, per
l’appunto. Realizzate in compensato, e con il fondo piatto. Potevano
trasportare un plotone di 36 soldati, oppure una jeep, con 12 uomini alla velocità massima di 16 chilometri orari.
Di questi LCVP ne era rimasto uno, il motore ancora funzionante ed in
buono stato. In cambio della posizione e delle fotografie dei relitti il responsabile dell’isola mi concesse quest’unico.

Andava benissimo per il nostro scopo.
La prua si apriva verso il basso, all’interno c’era spazio per tutti noi e le nostre attrezzature e così iniziammo ad operare.
Guidava un isolano con esperienza meccanica proprio su questo mezzo, quindi ci sentivamo tranquilli.
Fino al giorno in cui non finimmo nelle acque basse in un canale tra due isole con i coralli che sporgevano oltre la superficie, che si infissero direttamente nella chiglia. Eravamo di fronte ad un’isola. Il fondo dell’imbarcazione iniziò  a riempirsi di acqua prima lentamente, poi sempre più in fretta, così mettemmo le nostre attrezzature sulla consolle del pilota.
Allora non sapevamo che il fondo di queste imbarcazioni sono di
compensato, ma anche sapendolo non avremmo potuto fare nulla. Eravamo
abbastanza lontano dalla nostro porto di arrivo. Rientravamo da
un’immersione incredibile e tutti eravamo euforici per quello che avevano visto.
L’imbarcazione con il fondo squarciato era ferma sui coralli: il fondo bucato.
Dovevamo aspettare perché un canoa passasse e inviarla a chiedere aiuto per farci tornare in albergo. Il sole era ancora alto, la prendemmo a ridire.
Poi man mano che il tempo passava iniziammo a preoccuparci. Nessuno che  sapeva dove eravamo e nessuno che sarebbe venuto a prenderci.
Il più anziano di noi aveva un giubbetto ad assetto variabile, quello che indossano normalmente i sub. Sulla spallina aveva tre piccoli razzi che gli altri non avevano. Con fare da smargiasso, si aprì un varco, e si mise in posizione. Estrasse il primo razzo, non più grande di una sigaretta. Poi mise
le dita su qualcosa e quello parti solenne lasciando dietro di se una striscia bianca. Non accadde assolutamente nulla. Il vento leggerissimo, come un alito portava una brezza dall’isola verso di noi. Ben conscio estrasse il secondo e ripeté l’operazione. Una striscia in cielo questa volta verde. Non accadde nulla. Poi il vento ci portò una specie di battimani da quelli
che ci stavano osservando dall’isola con gran divertimento, gente che faceva fuochi d’artificio, ammesso che li avessero mai visti.
Non rimaneva che un razzo, quello rosso. Pericolo, aiuto, avrebbe volto significare. Ma non eravamo in marina. Quindi nessuno conosceva il significato di quel segnale.
Lo lanciò.
Salì in alto seguito da una striscia rossa di fumo. Altri applausi, si stavano divertendo, ma aiuto nessuno. Pensammo di doverci passarci la notte, prima o poi qualcuno si sarebbe accorto che non eravamo rientrati.
Passarono non minuti ma ore.
Poi vedemmo una canoa che si stava avvicinando. Forse qualcuno aveva
capito il segnale di aiuto. Due a bordo, giovani e robusti, mostrammo loro l’acqua sul pavimento del mezzo e il pilota isolano, anche lui, spiegò, si suppone, la situazione. I due ripartirono per l’isola per riferire e procedere in base a ciò che il capo avrebbe detto. Finalmente vedemmo una barca motore
lasciare la costa dell’isola diretta verso il capoluogo.
Eravamo salvi, forse.
Il tempo passava e l’acqua, anche se di poco, saliva. Avremmo dovuto
nuotare fino all’isola, per metterci in salvo e passarci la notte. La canoa con bilanciere e con un modesto motore a poppa partì dalle coste isolane e si diresse finalmente verso l’isola maggiore.
Eravamo salvi. Si trattava di attendere.
Ci mettemmo comodi chiacchierando. Il mezzo improvvisamente ebbe un
sussulto e si assestò sui coralli che per fortuna erano a livello mare irto di punte. Passò del tempo, poi udimmo un rumore di motore e guardando come chi non ha mia visto la salvezza osservammo due imbarcazioni procedere verso il nostro punto. Una era la canoa degli isolani, l’altra era un’imbarcazione tradizionale.
Trasbordammo, noi e le nostre cose, senza rimpianti e lasciammo LCVP solo e abbandonato alla prossima violenta burrasca.
Non avevamo fatto l’errore di esserci infilati dove non dovevamo, quindi il responsabile era il pilota che non sapeva che tra queste due isole non si poteva passare.
Finì tutto in baldoria. L’amministrazione locale non si disse dispiaciuta per essersi tolta di mezzo un mezzo così esausto, alla fine dei suoi giorni.
Noi felici per essere tornati in albergo a fare una doccia e una cena decente.
fine

Un relitto spagnolo come regalo.
L’isola di Ometepe è all’interno del cosidetto Big Lake, in Nicaragua. Il termine Ometepete nella lingua locale Indiana significa due vulcani, che sono il Conception e il Madera. Il lago ha una popolazione di circa 30.000 abitanti ed una superficie di 276 km quadrati. Il volcano Conception ha una conicità perfetta, unica nell’America centrale. Il nome originale fu dato dalla tribù dei Nahuas. Oggi, ci sono numerose attrazioni turistiche e un museo ma il suo fascino risiede nell’essere un museo all’aperto. Si può anche partecipare alla salita a piedi di entrambe I vulcani. Gli antichi abitanti risiedevano sulle sponde del lago che da Aprile a Ottobre sono limpidissime. Numerosi i resti archeologici, proprio nel centro di Altagracia dove si trova il parco
archeologico che ha come cornice i due vulcani. Sono numerose le vestigia e i toponimi conservati e tra gli altri I Chilaite, Ilcue, Culco, Chipá, Guyú, Angul, Tagüizapa, Calaisa, Balgüe, Pulman, Cuacuyú, Tichaná, The Guineo, Tibiche, Sinacapa, Sintiope, Sapabucha, Urbaite, Tilgüe, Astagalpa, Moyogalpa and Esquipulas. Sono questi nomi delle differenti tribù che popolavano le sponde del lago. Conducevano una vita semplice, fatta di caccia, pesca, scolpivano le loro divinità, lavoravano l’argilla, eseguivano cerimonie. Dopo l’arrivo degli Spagnoli iniziarono le scorrerie dei pirati, prima francesi poi inglesi e olandesi. Rubavano loro il cibo, poi gli animali, le donne e i loro beni. Si introfulavano dal fiume San Juan nei presssi di Granada fino ad arrivare al lago. Questo lungo calvario durò per le popolazoni locali del XV al XVI secolo.Sappiamo alcuni nomi di costoro, tr l’altro molto famosi per le loro scorrerie, ma non di tutti.
Tra loro Drake, Dampier, Gallardillo, David.
Gallardillo aveva addirittura costruito al centro del lago la sua residenza, proprio per sfuggire agli altri predoni. La storia di queste tribù è complessa, con lotte continue, fino a quando l’imperatore Carlo V di Spagna, non diede l’ordine di ripulire l’area a Juan de Perea (13 aprile 1537).
Era li’ che volevo andare, ma finii altrove.

Aeroporto dell’isola piccola della Polenta,

Volo aereo 347 della Lacsa, aerolinea del Nicaragua. Il 727 viaggiava ad una velocità oraria di 350 miglia. Stavamo sui seggiolini  lungo il corridoio che era nel mezzo, dividendoci. Lui, un giovane uomo dai capelli neri e dal fisico asciutto leggeva forse degli appunti, io a fianco sul seggiolino vuoto avevo posato la mia scatola nera con una oscena decalcomania ben visibile. Nella scatola nera al mio fianco, perché di questo si trattava, altro non c’erano che le fotocamere: due Nikon con suoi obiettivi e alcuni panni per pulire le lenti,
dalla sabbia o dalla polvere. Ognuno si faceva i fatti propri.
Poi lui, Aleadro il suo nome, era una sorta di medico, si voltò verso di me e chiese se fossi un periodista.
Risposi semplicemente che ero un fotografo. Indagò da dove venissi e dove fossi diretto, visto per quel volo faceva scalo a Managua, capitale Del Nicaragua.
Spiegai che mi interessavano gli squali del lago Managua e che avrei voluto fotografarli.
“Non è facile” mi disse. Non avevo dubbi, forse avrei documentarne uno squallo stecchito appeso al sole a seccare, con le mani di un pescatore che lo reggevano. Era vero però, in quegli anni si andava alla ricerca dei luoghi più sperduti o lontani.
La TV non trasmetteva ancora i documentari di oggi, anzi forse quei luoghi lontani erano solo nella testa di qualche videomaker sognatore.
Il giovane seduto sul primo seggiolino oltre il corridoio inizio a fare domande, innocue per il momento.
Forse il borsone nero con cui ero salito dopo di lui l’aveva visto e letto.
Poi piano piano, ma con insistenza curiosa, iniziarono le domande che non sopportavo.”da dove vieni”, “cosa fai”,”dove vai”. Risposi a ciò che chiedeva sempre rimanendo sul vago. Sugli squali del lago Managua mi apri in dettagli, sperando che sapesse qualcosa. “Ti ci porto io” mi disse ad un certo punto. Una guida come lui mi avrebbe fatto comodo, forse da quel giro sul lago avrei ottenuto ciò che volevo.
“Vieni a stare da me” così partiamo quando sei pronto. Accettai senza sapere chi fosse e dove stesse.
Aeroporto: timbri, passaporti, domande. Fuori finalmente. L’aria era tiepida, profumata.
Il mio medico mi attendeva a bordo di una lussuosa auto americana, fianco il marciapiede. Misi le mie carabattole sul sedile posteriore e con una sgommata il mio nuovo amico partì.
L’auto era nuova, scintillante. Non dissi nulla e non feci commenti. Si fermò sotto la casa che era enorme con un balcone che vi girava tutt’attorno su cui poggiavano colonne: tipica del centroamerica, in cui l’aria deve passare per raffreddare gli ambienti. Completamente piastrellata con piccole mattonelle di colore azzurro. Un lusso non da poco. Mi indicò la mia camera. Enorme, bianca, con due grandi finestre, un armadio basso di legno bruno che aveva più anni di me, due sedie con tavolo, un piccolo bagno moderno.
Non disse nulla, sparì nei meandri di quella casa.
Mattina. Voci e suoni mi buttarono giù dal letto. Sapevo per esperienza che durante il giorno le voci dei venditori ambulanti e di quelli che passano per strada si sentono come se fossero dietro la porta.
Mi affacciai e scoprii una strada molto trafficata, zeppa di gente.
Pensai di essere in centro città anche se non scorgevo dal balcone alcunché.
Poi improvvisamente una fila di auto che si intrufolavano tra la gente e si fermarono sotto casa. Precedute da una jeep per polizia. Scesero tutti, chiamando a gran voce Armando, che si affacciò e mimò con il braccio il suo arrivo. Era una gran folla di giovani come lui, uomini e donne, bracciati, allegri, un po’ scarmigliati.
Aleandro venne da me e mi disse semplicemente “vamos “vamos”.
“Donde?”, chiesi. “Per il tiburon”, per la squalo.
Capii e non capii, raccolsi la mia borse e lo segui in strada, dove i suoi amici erano già nelle vetture ferme. Seguii lui e salii in un’auto. I due si salutarono con grandi abbracci e manate. Poi l’auto schizzò in avanti seguendo la jeep con gli emblemi della guardia nazionale. Al volante un autista, pensai, però non mi pareva. Lui era grassoccio, non molto alto, nero di capelli, e a parte me sulla sua auto nessun altro. Non reputai la cosa particolarmente strana. Imboccammo una strada rettilinea appena fuori il centro. Vidi solo una targa con scritto “aeropuerto”. Eravamo diretti all’aeroporto a quanto pareva, forse la strada portava da quella parte. Non dissi nulla, ero ospite, tacevo. Conoscevo poco Aleandro, per nulla quell’altro.
L’auto procedeva velocemente lungo un strada stretta, in cui l’erba copriva i fossi laterali. Davanti la jeep procedeva rombando, al suo massimo.
Sembrava avessero fretta di arrivare e i campesinos sulla strada per non venire investiti saltavano come grilli a lato. Non capivo questa fretta.

Cancello verde e capannoni di color verde militare.
La jeep si infila seguita da tutte le altre. Si avvicina un alto ufficiale, carico zeppo di decorazioni e medaglie. Saluta militarmente il giovane al volante. C’è un intoppo.
Lo capisco da dialoghi concitati tra i due. Bisogna aspettare, non si può decollare adesso. E’ in atto una guerra. Capisco la parola, e mi chiedo chi debba combattere adesso con questo sole e caldo. Armando si gira verso di me e mi spiega la situazione.
C’è un combattimento aereo in atto.
Il Costarica, paese che confina con il Nicaragua ha inviato due suoi aerei per bombardare l’aeroporto e due aerei da caccia nicaraguensi si sono alzati in volo per cacciarli.

NOTA: Nicaragua e Costarica si combattevano per una sorta di striscia di terra che il Costarica avrebbe sottratto al Nicaragua.

Si sentono i rombi dei motori che svolazzano sopra di noi, si stanno inseguendo, seguo come posso la vicenda, ma capisco poco. Alla fine i due difensori ricacciano oltre confine, così mi par di capire, i due aggressori e la guerra è finita con un pareggio.
La miriade di spettatori nascosti sotto le tettoie degli hangar ( che copertura potevano dare) escono fuori e si allarga, come macchia d’olio, sulla pista di decollo. Non oso chiedere, potrei ferire la sensibilità di questa gente, impegnata in una stramaledetta guerra, che hai miei occhi ha del ridicolo. Loro la chiamavano guerra, per me era come una sorta di gioco tra due avversari che si stuzzicavano neppure seriamente.

Il gruppo di amici discese dalle auto e si diresse verso un bimotore che era già pronto sulla pista, motori accesi, eliche, due, che ruotavano, piloti al loro posto. Seguii il gruppo ma Aleandro mi chiarì che facevamo parte del secondo gruppo. Mi sedetti sulla mia scatola nera, accesi una sigaretta e attesi che il velivolo tornasse a prendere me e gli altri rimasti.
Era evidente che non aveva la capacità di far sedere tutti e doveva fare due viaggi. Mi avvicinai ad Aleandro e chiesi chi fosse il tipo appena partito che impartiva ordini e cui tutti davano un eccessivo rispetto. Mi guardò stupito e poi soggiunse quasi per non farsi sentire: “Como! Es el nino di Somoza”. Per me era come fosse arabo, non capivo quella eccessiva cautela. Non capivo la politica di quel paese, non me ne ero mai informato. Sapevo solo che esisteva un presidente che si faceva i fatti suoi, curandosi poco o niente della propria gente.
Tacqui. Avevo capito di essermi infilato in un problema. Per fortuna il Beachcraft tornò dopo poco e carico il resto della banda di amici. Ero l’unico fuori luogo.
Mi ci sentivo, ma non potevo fare proprio nulla. Ero, come si suol dire, in balia degli eventi. Capii subito che non eravamo diretti verso il lago Managua distante in volo solo pochi minuti, ma dalla posizione del sole mi mi feci l’idea che stavamo volando nella direzione opposta. Infatti era proprio così. Dopo poco apparve la distesa del mare, di un colore blu acceso, e il bimotore prese a scendere di quota. Dove avrebbe posato le ruote? Scese e scese ancora di quota, poi il colpo del carrello sul terreno.
Passando sull’isola avevo intravisto un nucleo di capanne lungo un strada. Una volta a terra, mentre il gruppo si dirigeva verso il mare, raccolsi la mia borsa e mi diressi verso quell’agglomerato.
Scoprii che si trattava della cittadina dell’isola, poche case lungo una strada sabbiosa, erette per lo più con legno recuperato dal mare, tavole malmesse e tetti che non avrebbero retto alla furia del vento. Donne sulla porta di casa, sedute sui pochi gradini, bambini piccoli che giocavano in quel poco d’erba, uomini che con grandi ceste e reti si spostavano a destra e manca.
Mi fermai incuriosito. Chiesi nel mio incerto e ridicolo spagnolo.
Attaccarono a parlare, intervenendo uno sull’altro, spiegandomi che erano lì per la stagione delle aragoste, mote sempre presenti sui fondali della piccola isola.
Poi nel “verano” sarebbero tornati sulla costa nei dintorni di Bluefield.
Pescavano nel modo tradizionale con delle specie da larghe nasse in cui le “langoste” entravano, ma non sarebbero mai più uscite.
Ridevano tra loro, i più piccoli correvano mezzi nudi, le donne rimanevano sedute davanti alla porta di casa. Un agglomerato curioso,coloratissimo, vivace, giusto per sopravvivere alla stagione della pesca.
La banda dei giovani si era raggruppata sotto alcune palme molto basse,vicino al mare, disteso i loro teli, aperto le danze, che arrivavano dall’ultimo modello di radio, e il cibo. C’era una contrasto altissimo tra questi poverissimi che campavano di fatica e di mare e gli altri, arrivati su un aereo, stesi al sole a farsi abbrustolire dai raggi solari. Avevo i due gruppi quasi alla medesima distanza, ero nel mezzo. Scattai foto agli uni e agli altri. Giusto a testimoniare cosa stava accadendo. L’aereo era parcheggiato a fine di quella breve pista sabbiosa, i due piloti parlavano tra loro, ma era come se fossero gli autisti di qualche lussuosa limousine.
Stavano in attesa. Mi unii al gruppo,mi investi una musica tipica del centro-sud America. Qualcuno faceva movenze, ma la maggior parte era stesa sulla sabbia. Troppo stanchi per il viaggio oppure già ubriachi di rum.
La cosa non mi riguardava, mi avvicinai poi andai verso il mare oceano, come lo chiamava Cristoforo Colombo. Era piatto, non una bava di vento, di quell’azzurro verde tipico dei Caraibi. La sabbia, fine e bianchissima,si stendeva a perdita d’occhio per entrambe i lati e pareva non avesse fine.
Qualcuno mi chiamò. Aleandro in piedi sul suo telo, faceva dei gesti senza senso. Capii solo che dovevo far presto.
Lo raggiunsi e mi fece capire che sarei andato in volo con il figlio del presidente, voleva farmi vedere una cosa. Evidentemente Armando gli aveva espresso il mio disappunto e, forse voleva rifarsi.
Andammo insieme verso l’aereo. I due piloti scattarono ai loro posti, noi salimmo, furono date le indicazioni e il velivolo prese a rullare sulla breve pista sabbiosa.
Si alzò in volo. Superò la punta estrema dell’isola andò vero il mare aperto, poi invertì la rotta e diresse verso terra.
Il giovane stava dando istruzioni ai piloti, ma non capivo di cosa poteva trattarsi. Il velivolo si livellò ad un’altezza che permetteva chiaramente di osservare i dettagli al suolo. Girò per qualche minuto in questo modo poi si piegò a 45° facendo una stretta virata.
Allora lo vidi. Un relitto di una nave antica, con la classica forma a elisse posato sulla sabbia a non più di due-trecento metri da riva.
Era come il disegno di un bambino su un foglio bianco.
Nessuno lo aveva mai toccato, meglio ripulito, chissà a quale epoca risaliva.
Eccolo, gridai,agitatissimo.

I due figli di Somoza. A destra, giovanissimo, quello che guidava l’aereo, e che mi regalò il relitto. (foto getty image-Credits Keystone-France)

L’uomo ai comandi, null’altro il figlio di Somoza, girò la testa mi disse: “E’ tuo”.
Non sapeva cosa stesse dicendo e neppure di cosa si trattasse.
Era li’ che avrei voluto andare. Ma la festa era avanti. In progress si direbbe oggi.
Atterrammo, Somozino ripete la frase. Andai di corsa verso il gruppo che oramai ballava, a gonne alzate. Non riuscii mai ad andare su quel relitto che fu venduto ad una compagnia statunitense. Me ne andai fuori da cocones. Capitaii a Caracas. senza saper che fare.